Il bambino

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È solo un trafiletto, un pezzo di poco conto su un giornale della sera. Ma per tre donne è una notizia deflagrante. Per Angela è il ricordo della cosa peggiore che le sia capitata nella vita. Per Emma, il terrore che il suo segreto venga svelato. Per Kate, la giornalista, è il primo passo verso la verità.

In un vecchio edificio abbattuto in un quartiere di Londra in via di riqualificazione, un operaio scopre lo scheletro di un bimbo rimasto seppellito per anni. Kate Waters, una delle giornaliste più sveglie in città – e proprio quella che aveva seguito il «caso della vedova» – capisce di aver trovato un nuovo caso in cui andare a fondo. Individua infatti una serie di collegamenti tra la vicenda e un episodio di cronaca nera che risale a molti anni prima: una bimba appena nata era scomparsa dalla nursery dell’ospedale e non era mai più stata rintracciata. Kate ricostruisce una dolorosa storia di ossessioni, identificando chi allora abitava nel quartiere e penetrando nel passato di due donne, convinte di essersi ormai lasciate tutto alle spalle

Il computer ammicca con l’aria di chi la sa lunga. Mi siedo alla scrivania, tocco un tasto ed ecco apparire sullo schermo una foto di Paul. È quella che gli ho scattato durante il viaggio di nozze: lui seduto al tavolino di un bar di Campo de’ Fiori, che mi guarda con occhi pieni d’amore. Vorrei rispondere al suo sorriso, ma quando mi sporgo in avanti intravedo la mia immagine riflessa sul monitor e mi passa la voglia. Detesto vedermi senza preavviso. A volte non mi riconosco nemmeno. Credi di sapere che faccia hai, poi di colpo ti torvi davanti questa estranea che ti guarda. Mi spavento persino, a volte. Oggi, invece, mi soffermo a osservarla. Capelli castani tirati su alla bell’e meglio in un frenetico chignon da lavoro, niente trucco, ombre e rughe che si irradiano dagli occhi come crepe nel cemento. – Cristo, che faccia, – dico alla tizia del monitor. Il movimento delle sue labbra mi incanta: la faccio parlare ancora. – Su, Emma, mettiti al lavoro, – sussurra. Sorride debolmente, e le restituisco il sorriso. – Ti comporti come una matta, – dice lei con la mia voce, e allora smetto. «Fortuna che Paul non mi vede», penso. Poi stasera lui torna a casa stanco e un po’ scorbutico, dopo un’intera giornata in compagnia di quelle teste dure dei suoi studenti e l’ennesima lite con il direttore di dipartimento riguardo all’orario delle lezioni.

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